LA DONNA: nelle società e nelle epoche

Esaltare la forza, la grazia e l'intelligenza di alcune delle tante donne che hanno lasciato la loro impronta nei secoli.

La Donna in Età Romana e Oggi: Società, Politica e Diritti

Nell'antica Roma, il ruolo della donna nella società, nella politica e nei diritti era profondamente influenzato dalla sua posizione sociale e dallo status familiare. Socialmente, la donna romana era spesso confinata alla sfera domestica, svolgendo un ruolo cruciale nella gestione della casa e nell'educazione dei figli. Sebbene alcune donne avessero una certa autonomia, soprattutto tra le classi più elevate, la partecipazione pubblica era generalmente limitata.

Dal punto di vista politico, le donne romane erano escluse dalla partecipazione diretta alla vita politica e non avevano il diritto di voto. Il potere politico era riservato agli uomini, mentre le donne influenzavano spesso le decisioni nell'ombra attraverso il loro ruolo familiare.

In termini di diritti legali, le donne romane avevano una posizione subordinata rispetto agli uomini. Mentre potevano ereditare, il controllo sulla loro eredità era spesso limitato dal padre o dal marito. La società romana era fortemente patriarcale, e le donne godevano di una limitata autonomia legale.

Tuttavia, oggi la donna ha sperimentato notevoli cambiamenti nei suoi ruoli sociali, politici e nei diritti. La partecipazione delle donne in vari settori della società è cresciuta, abbattendo molte delle barriere che le limitavano in passato. Nella sfera politica, le donne occupano posizioni di leadership in molte parti del mondo, contribuendo in modo significativo alle decisioni e alla governance.

Le conquiste nei diritti delle donne sono evidenti attraverso leggi che promuovono l'uguaglianza di genere. Il diritto di voto, l'accesso all'istruzione e l'autonomia decisionale sul proprio corpo sono diventati fondamentali. Tuttavia, persistono sfide legate alla disparità di genere che richiedono l'attenzione continua della società e dei governi.

In conclusione, il confronto tra la donna nell'Antica Roma e oggi evidenzia una trasformazione significativa nei ruoli sociali, nella partecipazione politica e nei diritti. Se da un lato siamo testimoni di un progresso notevole, è cruciale continuare a lavorare per garantire un'uguaglianza effettiva e duratura tra uomini e donne in tutto il mondo.

Giorgia Velletri

L'INVENZIONE DELLA MATRONA 

Secondo la tradizione, sarebbe stato Romolo, il fondatore stesso di Roma, a stabilire le norme che regolavano il comportamento della sposa, quella che in latino è detta matrona, i suoi doveri nei confronti del marito, le forme di rispetto che le erano dovute quando si muoveva nello spazio pubblico della città. Ecco come all'inizio del I secolo d.C. Valerio Massimo, autore di una raccolta di Fatti e detti memorabili, ricorda alcune di queste norme (2, 1): 'Mentre gli uomini pranzavano sdraiati, 66 le donne invece restavano sedute. [...] Quelle che restavano sposate per tutta la vita con un solo uomo erano onorate con il titolo di "pudiche": ritenevano infatti incorrotto e fedele l'animo di quella matrona che non sapesse uscire dalla stanza nella quale aveva perso la propria verginità, mentre la pluralità di matrimoni veniva considerata una sorta di intemperanza legalizzata. [...] Perché il decoro delle matrone fosse tutelato dal rispetto, era vietato a chi citasse una donna in tribunale di toccare il suo corpo, affinché il suo abito restasse immune dal contatto con una mano estranea. Un tempo l'uso del vino era sconosciuto alle donne di Roma, evidentemente per evitare che si abbandonassero a un qualche comportamento scandaloso: da sempre infatti l'eccesso nel consumo del vino è il primo passo verso una relazione sessuale illecita.'

I doveri di una matrona

A prima vista, il passo di Valerio Massimo elenca un po' alla rinfusa una serie di situazioni eterogenee: da un lato abbiamo regole che potremmo definire di buona educazione, dall'altro precetti che esprimono il rispetto dovuto a questa figura. In realtà, al di là dell'apparente disomogeneità, le norme ricordate dall'autore latino, e da lui espressamente attribuite all'età arcaica, ruotano tutte intorno al medesimo valore, che assume un rilievo centrale: la fedeltà coniugale, quella che i Romani chiamano pudicitia e che considerano una virtù specificamente femminile, l'unica nella quale le donne possono e devono aspirare all'eccellenza. Per questo, intorno a lei si costruisce una rete di norme che puntano a ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno e i rischi di un cedimento alle proprie o alle altrui pulsioni. Persino la posizione del suo corpo deve comunicare un'idea di chiusura e di inaccessibilità. Il fatto è che in una società fortemente patriarcale. come quella romana, nella quale il nome, l'appartenenza familiare, lo status personale e il patrimonio si trasmettono da padre a figlio, la legittimità della discendenza gioca un ruolo di primo piano e può essere assicurata solo se la moglie si astiene da qualsiasi rapporto con un uomo diverso dal mari-to. Persino il divieto di consumare il vino è legato alla difesa della pudicitia, a questo proposito, sappiamo anzi da altre fonti di un singolare istituto, anch'esso già attestato in età arcaica e noto come ius osculi o "diritto del bacio": esso prescriveva alla donna di farsi baciare sulla bocca da tutti i suoi parenti maschi, e da quelli del marito, fino al sesto grado di parentela, la prima volta che le capitasse di incontrarli nel corso della giornata. Gli autori che ci informano su questa consuetudine sono infatti unanimi nel considerarla come strettamente legata al divieto di bere vino: lo scopo del bacio rituale era proprio quello di verificare che la matrona non avesse consumato la bevanda proibita.

Insomma, il controllo delle donne e la tutela della loro pudicitia era affare che coinvolgeva non solo il marito, ma l'intera rete della parentela, perché era sull'intera famiglia che sarebbero ricadute le conseguenze disonoranti di una sua violazione. Ricordiamo infine che Romolo aveva assegnato al marito ampi poteri di sanzione nei confronti della moglie inadempiente: quest'ultima poteva essere uccisa senza processo tanto in caso di flagrante adulterio che di sottrazione delle chiavi della cantina (siamo dunque ancora nel campo del consumo di vino), mentre se il tradimento era solo sospettato veniva processata in casa da una giuria informale di parenti presieduta dal marito stesso.

ADULTERIUM E BONORUM POSSESSIO

LA DIFFICILE EMANCIPAZIONE DELLE DONNE ROMANE

la difficile emancipazione delle donne romane L'adulterio in Grecia nelle testimonianze plautine. Nella scena finale del Miles gloriosus Pirgopolinice se la vede brutta: catturato in casa di Periplectome-no e accusato di voler commettere adulterio con la moglie di quello, è alla completa mercé del padrone di casa. Solo dopo essere stato picchiato e minacciato di terribili mutilazioni viene, infine, lasciato libero. In effetti in Grecia, o perlomeno ad Atene, la situazione era questa: il marito offeso poteva arrivare anche a uccidere l'adultero colto in flagrante, il quale, altrimenti, rischiava di essere sottoposto pubblicamente a pene umilianti e, per scamparla, spesso acconsentiva a sborsare un pesante indennizzo. Non c'erano invece pene prefissate per la donna colpevole di moicheia, che veniva considerata solo come elemento passivo del tradimento, una sorta di parte debole per definizione, vittima dei raggiri e delle seduzioni.

L'ADULTERIO A ROMA

Questi costumi greci, che Plauto trae dai suoi modelli, dovevano apparire piuttosto esotici al pubblico romano, abituato a usanze diverse sin dall'epoca arcaica. Secondo quanto racconta lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, però, Romolo, agli inizi della città, avrebbe autorizzato i mariti a mettere a morte le mogli colpevoli di adulterium. E la regola (poco importa se voluta o meno da Romolo) rimase a lungo in vigore: «se sorprendi tua moglie mentre commette adulterio puoi ucciderla impunemente», diceva Catone (III-Il secolo a.C., - pp. 154 ss.), e, a ribadire la differenza tra la condizione femminile e quella maschile, aggiungeva con evidente soddisfazione: «se lei sorprende te, invece, non può toccarti neppure con un dito» (Aulo Gellio, Notti Attiche X, 23, 5).

LA DONNA ROMANA IDEALE: LUCREZIA

Nei primi secoli di vita della città di Roma, in realtà, se volessimo prestar fede alle fonti, dovremmo credere che gli adulteri erano rari. O, quantomeno, così avrebbero dovuto essere, secondo il modello di comportamento che veniva proposto alle donne romane dai racconti esemplari, che narravano di matrone perfette e inte-merate, come, per citare il caso forse più celebre, quello di Lucrezia. Violentata dal figlio del re Tarquinio (ultimo dei tre re etruschi), Lucrezia si era uccisa, perché mai più, dopo di lei, una donna subisse una simile onta. E il popolo romano aveva trovato la forza di ribellarsi ai re stranieri, li aveva cacciati ed era nata la repubblica.

L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE NEL CORSO DEI SECOLI

Anche se questo modello continuava a essere proposto, con il passare dei secoli il comportamento delle donne cambiò. Le continue, sempre maggiori conquiste, il contatto con altri popoli, la nuova ricchezza avevano determinato un cambiamento radicale della loro mentalità e del loro stile di vita. Partendo da una condizione di quasi totale sottomissione a padri e mariti, quando si arriva all'epoca di Augusto le donne romane si sono in buona parte emancipate.

IL DIRITTO ALLA SUCCESSIONS

E quali erano state le circostanze che, all'interno del mutamento generale dei costumi, avevano reso possibile questa emancipazione? La prima era una regola antica, che, con il passare dei secoli, si rivelò assolutamente determinante ai fini della conquista di nuove libertà. A differenza delle donne greche, infatti (e in particolare di quelle ateniesi), le romane, già all'epoca delle XII tavole (450 a.C.), alla morte del pater familias partecipavano alla sua successione in condizioni di assoluta parità con i fratelli maschi. I che, va detto, nei primi secoli della città, non aveva impedito loro di essere del tutto assoggettate agli uomini: morto il padre, infatti, se non erano sposate e sottoposte al potere maritale, erano per tutta la vita assoggettate al volere del parente più stretto in linea maschile. Tuttavia, con il passare del tempo, il diritto alla successione delle donne divenne un fattore capace di mutare profondamente le loro condizioni.

L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE NELLO SPECCHIO DELLA SATIRA

LA SATIRA: SPECCHIO DELLA SOCIETÀ

Al di là dell'estremizzazione, che e una delle sue caratteristiche, la satira (quella propriamente detta, e l'epigramma, che con essa è strettamente imparentato) fornisce informazioni di grande interesse sulle reazioni dei Romani all'emancipazione femminile, che, nell'epoca in cui agirono i suoi due maggiori esponenti (Giovenale e Marziale), aveva raggiunto la sua massima diffusione.

LE DONNE A ROMA

Per i Romani, questo va detto, il ruolo femminile non era solo quello di dare figli alla patria (come in Grecia), ma anche di affiancare i padri nell'educarli. Se non svolgevano degnamente questo ruolo, la sanzione sociale era pesante, ma se si adeguavano a quel che l'etica cittadina prescriveva, se erano mogli e madri esemplari, erano ricompensate da  grande rispetto e considerazione, ed erano autorizzate a vivere una vita sociale molto attiva: come avrebbero potuto educare degnamente i figli, insegnando loro a essere buoni cittadini romani, se fossero state condannate all'incultura e all'ignoranza di quel che accadeva nello spazio pubblico?

Giusto, quindi, che le donne studiassero, che fossero colte, che partecipassero alle feste pubbliche e private, che andassero a teatro, che uscissero nelle strade. Ma le nuove donne, quelle emancipate, andavano oltre e si prendevano libertà inaccettabili, mettendo in discussione tutte le certezze degli uomini, provocando una reazione maschile che, con i caratteri tipici dei diversi autori, viene abbondantemente descritta da Marziale e da Giovenale.

MARZIALE

La 'casta' Levina, racconta Marziale, fa bagni nelle terme della celebre località di villeggiatura di Baia, e quindi «cade in amoroso fuoco: pianta il marito, e segue un giovanotto. Era giunta Penelope, se n'è andata Elena» (I, 62). La moglie di Gallo è ingiustamente accusata di avidità: in realtà è molto generosa. Cosa vuole, infatti? «Dare, dare se stessa» (II, 56). La moglie di Alauda si lamenta perché il marito fa l'amore con le schia-ve, ma lei lo fa con i lettighieri: ecco cosa significa la «parità fra i coniugi» (XII, 58). La moglie di Caridemo ha una relazione col suo medico (VI, 31) e un'altra moglie chiede al marito il consenso di avere un amante (III, 92). Proculeia abbandona il marito, ormai vecchio, perché non più ricco a sufficienza, e lo licenzia con la frase che una volta dicevano i mariti: tuas res tibi habeto, «riprenditi le tue cose» (X, 41). Quel che pensa Marziale è più che chiaramente illustrato.

GIOVENALE

Se passiamo a Giovenale il quadro si fa ancora più preoccupante e la denuncia delle nefandezze femminili diventa di inaudita spietatezza. Nella sua satira 6 , forse la più famosa, leggiamo che Ursidio vuole un iglio e perciò cerca una moglie come telle del buon tempo antico: ma ormai "donne che siano degne di toccare le bende sacre di Cerere, le donne se hon tendano insidie di baci perfi-cal loro padre, sono poche" (II, 6, w.51). Sposarsi, di conseguenza, è un rischio serio: «tu prendi moglie, e in virtù di tua moglie ecco diventar padri il citaredo Echione o Glafito o Ambrogio  flautisti del coro» (Il, 6, vv. 76-77). La corruzione ha contagiato anche le donne più umili: «ormai la lussuria è pari vizio di tutte, sia padrone, sia schiave: quella che logora a piedi scalzi lo scabro selciato non è migliore di quella che si fa portare in lettiga da giganteschi siriani» (II, 6, v. 349-351). Le più povere, rispetto alle altre, hanno tuttavia un punto a loro vantaggio: «si sottomettono al pericolo del parto e, nonostante le angustie della loro povera condizione, sostengono tutte le fatiche naturali della donna che allat-ta. Pochissime invece sono le puerpere che si vedono giacere negli aurei letti dei ricchi» (II, 6, vv. 592-594).

IL VISSUTO DEI ROMANI

Anche se (difficile negarlo) l'avversione personale di Giovenale per il sesso femminile rivela una misoginia che rasenta i limiti del patologico, questo non impedisce che in lui affiorino temi che erano evidentemente patrimonio del senso comune dell'epoca, tra i quali, accanto a quello dell'adulterio, quello dell'abitudine delle donne di abortire per pura leggerezza, vanità, o desiderio di non limitare la loro sfrenata vita sessuale. A questo punto, ce n'è quanto basta per avere un'idea di come venisse vissuta l'emancipazione femminile. E a dare la sintesi di quello che era l'atteggiamento maschile più diffuso soccorre la citazione, in Livio, di una celebre frase di Catone: alle donne non bisogna concedere di essere uguali agli uomini, perché «non appena avranno la parità, ci comanderanno» (Livio, Ab urbe condita XXXIV, 3, 2).

Giorgia Velletri, Giulia Reali, Clarice Vano, Annalisa Rocca
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