PENELOPE: DA OMERO A MARGARET ATWOOD

Giulia Reali

Il nome Penelope deriva dall'antico nome greco Πηνελόπη, la cui etimologia è assai dubbia.

Potrebbe derivare dal termine πηνη ("filo", "trama", "gomitolo", "tessuto"), forse combinato con ωψ (ops, "volto", "occhio"), infatti la vicenda del poema omerico ruota attorno al celebre sudario di Laerte, e inoltre nella cultura greca l'azione del filare rimanda a un ambito strettamente femminile. Ambito in cui, d'altronde, Penelope spicca come modello esemplare di donna che, nell'intimità dell'οίκος, la casa, ordisce in silenzio la trama perché, una volta tornato, il marito possa in breve tempo ristabilire l'ordine.

Ecco, quindi, come parte della tradizione ha dipinto e descritto Penelope: donna fedele e pudica, regina del gineceo e della casa, intenta a filare il sudario del suocero Laerte di giorno e a disfarlo di notte pur di ritardare la scelta, ormai necessaria, di un nuovo consorte. Casta, devota e pura, rappresenta l'antitesi delle due temibili cugine, Elena di Troia e Clitennestra. Si ritira nelle proprie stanze quando il figlio Telemaco la rimprovera, non cede alle lusinghe di altri uomini e rimane talmente impressionata dal possibile ritorno del caro marito che a difficoltà riesce a parlare o ad agire.

Altre fonti bollano la correlazione a πηνη come paretimologica. Fra le altre ipotesi, il nome potrebbe ricondursi a πηνέλοψ (pēnélops), un tipo di anatra o di fenicottero. Non è un caso che il personaggio omerico si chiami così: una variazione del mito riporta, infatti, che Penelope sia stata gettata in acqua dai genitori, che volevano liberarsene, per poi essere salvata da uno stormo di anatre. L'anatra inoltre è un animale simbolo della fedeltà coniugale presso varie civiltà arcaiche. Non è un caso, quindi, che Penelope racconti a Odisseo il famoso sogno sull'aquila che uccide le oche né che, secoli dopo, un pittore attento quale Alberto Savinio raffiguri con il volto di un volatile proprio una moglie fedele, colta nell'atto di una metafisica attesa.


Tuttavia, rileggendo con attenzione l' Iliade e l'Odissea, anche la donna che più di tutte sembrerebbe incarnare l'ideale normativo, ossia Penelope, emerge come una figura assai più sfidante della moglie fedele al marito, ubbidiente e rinchiusa nelle mura della propria casa-reggia, che la tradizione ha tramandato. Molteplici sono infatti gli elementi di difformità. Intanto, nonostante perfino il figlio Telemaco si rivolga a lei con parole che marcano in maniera incontrovertibile la misoginia antica: "Su, torna alle tue stanze e pensa alle opere tue. Telaio e fuso; e alle ancelle comanda/ di badare al lavoro; all'arco penseranno gli uomini/ tutti, e io sopra tutti, mio qui in casa è il comando" (Od. 21, 350-53) Penelope riesce a far sì che non subentri per vent'anni un altro re a Ulisse. Telemaco non è tale, né lo sono i Proci. Poi, non solo nel canto XVIII, dopo un assedio pluridecennale decide inspiegabilmente di rivelarsi ai pretendenti nella sua bellezza e di chiedere doni nuziali, ma anche in precedenza aveva scambiato con loro messaggi, oltre a tenerli buoni con lo stratagemma della tela. Flirtava con qualcuno di loro? Lo pensava già lo scrittore greco Apollodoro, ipotizzando che Penelope avesse ceduto al corteggiamento di Antinoo. Inoltre è credibile che non abbia riconosciuto Ulisse, sotto i panni del mendicante, e ciononostante che abbia insistito perché partecipasse alla gara con l'arco? Non sarebbe più logico che avesse riconosciuto il marito e ne avesse intuito le intenzioni?


Solo in epoca romana si decide di fissare i tratti della figlia d'Icario, perché divenisse un modello da imitare. Nelle Fabulae (I secolo d.C.) Igino inserisce Penelope nella lista delle donne più fedeli, accanto ad altre figure virtuose quali Alcesti e Lucrezia. Nelle coeve Heroides, Ovidio dà la parola a Penelope, che si strugge per l'assenza dell'amato consorte. La saggia Penelope, περίφρων in greco, è ormai solo devota Penelope, e così rimarrà per secoli e secoli.


Dell'etimologia del nome e del racconto sulle anatre dal misterioso significato era a conoscenza Alberto Savinio, che tra il 1930 e il 1945 dipinge almeno sei tele e due schizzi intitolati Penelope nei quali raffigura proprio una moglie fedele con il volto di un volatile , colta nell'atto di una metafisica attesa. A questi si possono aggiungere altri lavori che, con titoli diversi – La fidèle épouse (1930-31), La vedova (1931), La fidanzata abbandonata (1931) – ritraggono lo stesso soggetto: una donna con la testa di uccello – di solito uno struzzo o un pellicano – che aspetta seduta accanto a una finestra.


Savinio rappresenta Penelope in due modi. Nel primo caso, quello dei dipinti riportati qui sopra, la nobiltà della regina di Itaca non c'è più: al suo posto c'è una figura mezza donna e mezza papera. È qui, in questa collisione tra antico e moderno, tutta la cifra dell'opera saviniana; è così che Savinio si beffava di chi non aveva ancora capito che la modernità non è tempo per gli eroi (e per le eroine), facendo di Penelope una papera e di Ulisse un uomo normale che non vuole più essere considerato un eroe.


"Ulisse Sfinito", di Umberto Savinio
"Ulisse Sfinito", di Umberto Savinio

L'altro modo con cui Savinio rappresenta Penelope è quello del dipinto dall'omonimo titolo del 1933.

È vestita in modo borghese, con cappello, collana di perle e fede al dito: questa è la Penelope di Capitano Ulisse (libro di Alberto Savinio, 1934). Nel testo teatrale, al contrario di suo marito, Penelope si sente ancora un'eroina, e per questo motivo è talmente poco interessante che in realtà sulla scena non compare mai. Penelope è solo una voce in Capitano Ulisse, una voce che chiama disperatamente il marito e non riceve risposta: l'orinale, è questo infatti il soprannome di Penelope. È così che Savinio (per cui i nomi erano molto importanti, si era addirittura dedicato a raccogliere personalissime voci e neologismi in una Nuova Enciclopedia) rinomina Penelope, e rinominandola le dà un nuovo significato. Un significato denigratorio sì, ma interessantissimo per la parabola del personaggio Penelope. Già nel mondo latino alla povera donna avevano dimenticato di affiancare l'epiteto con cui l'aveva resa grande Omero: saggia. Nei secoli, Penelope era diventata sempre più "pia" e "intemerata" (Ovidio), la "casta mogliera" (Petrarca) da inserire nei cataloghi delle donne eccellenti dell'antichità (così in Boccaccio). Insomma, ci si era dimenticati dell'astuzia con cui aveva ingannato marito e pretendenti, della perseveranza con cui aveva governato sola l'isola di Itaca, della misteriosa vaghezza delle sue intenzioni nell'Odissea, e la si era fatta diventare un qualcosa a metà tra una santa e una noiosa casalinga. Savinio la riporta al grado zero: ne fa un personaggio talmente inutile che non compare neanche sulla scena.

Penelope è diventata, come afferma Elena Rausa (scrittrice e docente milanese, laureata in Lettere all'Università Cattolica di Milano), una figura chiave con cui misurare il nostro rapporto con l'antichità.

Si potrebbe partire col ricordare Penelope alla guerra di Oriana Fallaci (Rizzoli 1962) dove il confronto con l'archetipo muliebre della pudicizia e della fedeltà è risolto sul piano della provocazione: la protagonista si proietta in un'eroina intrisa di femminismo che ripudia la casa e la quiete, scegliendo il viaggio, l'avventura. Mentre Silvana La Spina in Penelope (La tartaruga 1988) dilata l'infanzia dell'eroina facendone una figlia abusata dal padre e quindi impaziente di scappare; d'altronde questa Penelope abbandona anche Odisseo e fugge da Itaca. Nel romanzo di Luigi Malerba, Itaca per sempre (Mondadori 1997) l'inverosimiglianza del mancato riconoscimento di Odisseo da parte di Penelope diventa il motore di una narrazione intima del loro rapporto di coppia, che fa emergere un Odisseo assai meno sicuro di se stesso e delle proprie astuzie e una Penelope piena di complessità psicologica.

Ma il testo che ha rivisitato in maniera più incisiva e dinamica la figura di Penelope, è Il canto di Penelope di Margaret Atwood (The Penelopiad 2005). Qui un'ombra ci parla dai campi Elisi e ripercorre la propria storia a partire dal nome che le è stato dato, Penelops, che Atwood associa a quello dell'anatra. La scrittrice assegna alla regina ormai defunta, non solo il dono della parola, ma anche la totale libertà sulle vicende dell'Odissea. La Penelope che emerge maestosa dalle pagine di Atwood è ironica, schietta e determinata. Estremamente intelligente, sa di dover nascondere questa sua dote per assicurarsi la sopravvivenza in uno spietato mondo di uomini. Al pari forse della sua antenata letteraria, la Penelope di Omero, che proprio grazie alle non troppo sincere spoglie da moglie docile e devota si è assicurata la fama eterna, nei secoli dei secoli dei secoli.


Giorgia Velletri, Giulia Reali, Clarice Vano, Annalisa Rocca
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